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8 febbraio 2007

Appello alla formazione integrata per gli operatori di salute mentale

Gli interventi riabilitativi di inclusione sociale restituiscono al sociale la questione Salute Mentale, storicamente demandata al settore sanitario o all’ordine pubblico. Ciò ha di fatto coinvolto le città, condomini, negozianti, ecc. nelle forme reali e problematiche dell’integrazione, tramite la relazione quotidiana con i portatori di disagio psichico.

La nuova organizzazione richiede alti livelli di integrazione tra gli operatori dei servizi pubblici, sociali e sanitari, gli enti del terzo settore che gestiscono gli interventi e tutte le agenzie del territorio, associazioni di utenti, di familiari, ecc.

L’esito di questi interventi  dipende da una serie di variabili: età e storia personale degli utenti; capacità di accoglienza del territorio, del contesto; formazione e precedenti esperienze degli operatori degli enti gestori; professionalità e capacità di negoziazione dei legali rappresentanti degli enti gestor;.motivazione e disponibilità degli operatori dei servizi pubblici e stabilità degli incarichi.

A questo punto il modello di lavoro integrato si complica e si arricchisce, anzi diventa elemento di trasformazione dell’intervento, lo sviluppo del progetto individuale per un utente può richiedere l’attivazione di  nuove risorse, non disponibili presso il servizio, che vanno reperite altrove:

·        le agenzie istituzionali preposte all’intervento sperimentano una flessibilità operativa ispirata al “seguire” l’utente nei suoi percorsi, devono essere in grado di differenziare l’offerta di prestazioni in presenza di una evoluzione dei bisogni dell’utente (dai servizi sociali o di salute mentale territoriali alle strutture residenziali ad assistenza sulle 24 ore a quelle ad assistenza leggera – gruppi appartamento, ai servizi  domiciliari - operatori d’appoggio, a interventi di integrazione lavorativa, ecc.);

·        i servizi devono comunicare tra loro,  gli operatori  (operatori di comunità, sociologi, assistenti sociali, psichiatri, psicologi, ecc.) sono impegnati nella messa a punto di un linguaggio comune che consenta l’integrazione degli specifici professionali e la presa in carico globale dell’utente;

·        lavorare per favorire le capacità di autovalutazione e riorientamento degli interventi, valorizzare le differenze e  riflettere su quali sono per ciascuna comunità e per ciascun utente i risultati attesi, sono le linee guida su cui si sperimenta il sistema di valutazione nelle comunità.

Da questi elementi, dalla necessità di attrezzarsi con nuovi strumenti di lavoro, nasce una forte esigenza di formazione continua tra gli operatori del settore, quelli delle cooperative sociali, molti al primo lavoro o comunque per la prima volta stabilmente impegnati nella gestione di progetti per la salute mentale, e quelli dei servizi pubblici alle prese con equipe miste, con le mediazioni del rapporto tra il privato sociale e le istituzioni e con modelli di lavoro integrati non predefiniti, ma continuamente in divenire.

Da tutti viene la richiesta di assetti e di momenti dedicati al confronto e all’approfondimento sul senso degli interventi di riabilitazione e inclusione sociale:

si riuscirà a personalizzare ogni intervento? come realizzare nelle residenze il definitivo passaggio reale e simbolico dall’avere asilo all’abitare, dall’intrattenimento al ritrovare il ritmo personale e modulare  il tempo; come elaborare la noia; come superare certe tendenze o scivolamenti, nella relazione con gli utenti, nel paternalismo o nell’autoritarismo; dove ricavare, nel contesto reale,  spazi di contrattualità agibili da soggetti “deboli”;  come si configura qui ed ora l’esercizio del diritto di cittadinanza?

Pensieri/citazioni ricorrenti “Lavorare sui frammenti di desiderio e di abilità. Il fare non è sufficiente senza affettività.”   dice Diego, psichiatra in una Comunità,  “Il potere della trasformazione, agire sui servizi territoriali per immettere le metodologie integrate” Rosimari, psicologa all’ex Ospedale Psichiatrico, “La libertà è un prerequisito della cura”, “Lavorare alla costruzione di senso”, “I malati di mente sono una delle minoranze più oppresse del mondo”, io  ricordo sempre che nella cultura popolare il folle era integrato e sacro.




permalink | inviato da il 8/2/2007 alle 19:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

4 dicembre 2006

5 Dicembre Giornata della salute mentale

Comincio da qui a raccontare quello che succede da un po' di anni intorno a questa data.
Grande attività in città delle associazioni del settore, fatica reale fatta di discorsi, telefonate, incontri con politici ed amministratori, inviti, richieste di patrocinii e finanziamenti, pubblicazione di materiali informativi, organizzazione di interventi di sensibilizzazione e lotta allo stigma, tavole rotonde, mostre, cori.

Le persone che fanno tutto questo sono persone che hanno o hanno attraversato problemi di salute mentale, oppure madri figli, fratelli di qualcuno che ha portato nelle loro vite questa questione; oppure operatori dei servizi pubblici o del terzo settore che intendono il loro lavoro come qualcosa di più delle ore di ufficio o di ambulatorio; o giovani disoccupati o sottoccupati, volontari che con convinzione e impegno cercano di costruirsi un lavoro fondato su competenza e motivazione.
A chi parlano queste persone? Certo a tutti i cittadini, in senso generale, poiché ancora tanti non sanno o fanno come se non sapessero che la salute mentale non è un bene stabile (cioè va salvaguardata e alimentata sapendo che si può perdere) e non è un problema esclusivamente clinico (cioè la possibilità di relazioni sane tra le persone, i fattori sociali ed ambientali sono determinanti nel decorso).

E poi parlano a personaggi pubblici, i protagonisti del welfare locale, i capi Dipartimento di salute mentale del Servizio Sanitario Nazionale, gli assessori alla salute, alle politiche sociali, alle attività produttive, al lavoro di Comuni, Province e Regioni, ai Giudici tutelari, ai Prefetti, alle Agenzie per l'impiego.
Si parla di aumento dell'incidenza di problemi di salute mentale sulla popolazione, di maggiori investimenti e servizi migliori, si ribadisce che è necessaria in questo lavoro l'integrazione tra i programmi di welfare, i servizi sanitari e i sistemi di sviluppo locali; si ripete che in Italia abbiamo un'ottima legislazione in questo campo che però viene applicata poco o male; che la Legge 180 è stata disattesa e le risorse derivanti dalla chiusura dei manicomi non sono state reinvestite in salute mentale; che i servizi territoriali quindi non hanno risorse sufficienti a coprire le esigenze dei cittadini; che nei servizi pubblici ci sono assetti multidisciplinari, psichiatri, assistenti sociali, psicologi, sociologi, infermieri, psico-pedagogisti, terapisti della riabilitazione, ma non si riesce a fare interventi di inclusione sociale, cioè vengono spese risorse enormi per farmaci, visite, degenze e posti letto in case di cura e residenze assistite pubbliche o convenzionate, e soltanto somme irrisorie per la cosiddetta riabilitazione;

che le leggi per l'inserimento lavorativo delle categorie svantaggiate sono disattese o applicate solo in parte; che infine andrebbero messi in trasparenza i conti e chi ci guadagna, perché è evidente che agevolazioni sugli affitti di casa, ad esempio, per chi ha autonomie sufficienti ad autogestirsi, costerebbero molto meno della spesa che oggi grava sui bilanci pubblici per le residenze ad alta intensità assistenziale.

In questi mesi è in corso la sperimentazione di alcuni interventi (attivati con le risorse della Legge 328/00 dal Distretto Socio-sanitario 42 Comune capofila Palermo) e dalle prime analisi dei dati di monitoraggio si evidenzia che se si punta alla estrema personalizzazione del servizio (cioè si finanzia esattamente quello che serve all'utente invece di offrire uno dei servizi standard), si ottiene un calo impressionante dei costi ed un incremento sensibile dei livelli di autonomia. Ma si tratta di piccoli interventi, che riguardano soltanto circa 60 utenti.

Queste cose si dicono in Italia da una trentina di anni, a Palermo da 10 anni almeno, e altrove?

Dove finiranno tutti i discorsi di questo 5 Dicembre 2006?








permalink | inviato da il 4/12/2006 alle 14:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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